L'inglese che arrivò ultimo alle Olimpiadi e cambiò per sempre le regole dei Giochi

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Paolo

Esistono atleti che vincono medaglie d'oro e scrivono il proprio nome nei libri di storia. E poi ci sono quelli che arrivano ultimi, ma cambiano per sempre le regole del gioco. Una storia che sembra impossibile, eppure è accaduta davvero.

Calgary 1988. Giochi Olimpici Invernali. Un atleta si presenta al trampolino di salto con gli sci con un equipaggiamento di fortuna: sci prestati dalla nazionale austriaca, casco regalato dagli italiani, occhiali spessi fissati con un elastico sopra gli occhialoni da sci.

Non sembrava un campione. E in effetti non lo era.

Il sogno impossibile

La storia iniziò qualche anno prima, quando un giovane britannico capì che il suo sogno di diventare un atleta olimpico sembrava destinato a rimanere tale. Discreto sciatore di discesa, aveva fallito la qualificazione per le Olimpiadi del 1984.

Ma non si arrese. Ebbe un'intuizione geniale, o folle, dipende dai punti di vista. In Gran Bretagna nessuno praticava il salto con gli sci. Nessun trampolino, nessuna tradizione, nessun concorrente.

Se fosse riuscito a qualificarsi in quella disciplina, sarebbe stato automaticamente il migliore del suo Paese. E avrebbe potuto andare alle Olimpiadi.

Il problema era che doveva imparare uno sport completamente nuovo. Uno degli sport più pericolosi e tecnici che esistano. E aveva pochissimo tempo.

L'allenamento da incubo

Si trasferì negli Stati Uniti per allenarsi, ma i soldi finirono presto. La federazione britannica non aveva fondi per gli sport invernali. Lui era figlio di operai, non poteva permettersi un allenatore o attrezzatura decente.

Faceva mille lavori per sbarcare il lunario: giardiniere, cuoco, babysitter, imbianchino. Si allenava con scarponi di seconda mano dentro cui i piedi ballavano, compensando con sei paia di calze.

A un certo punto, per risparmiare sull'alloggio, visse in un ospedale psichiatrico in Finlandia al costo di una sterlina a notte. Fu lì che ricevette la notizia: si era qualificato per Calgary. Sarebbe stato il primo britannico della storia a competere nel salto con gli sci alle Olimpiadi.

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Il giorno della gloria

Arrivò a Calgary con l'entusiasmo di chi aveva realizzato un sogno, non con l'ambizione di chi punta al podio. I fan lo accolsero con uno striscione enorme: "Benvenuto Eddie the Eagle". L'aquila. Un soprannome che sarebbe diventato leggendario.

Gareggiò in entrambe le prove: trampolino da 70 metri e trampolino da 90 metri. In entrambe arrivò ultimo. Il penultimo classificato fece il doppio dei suoi punti. Nei 90 metri, lui saltò 67 metri mentre il vincitore sfiorò i 120.

Ma accadde qualcosa di inaspettato. Il pubblico lo amava. Ogni suo salto veniva accolto da ovazioni. La gente vedeva in lui lo spirito olimpico puro: partecipare, provarci, dare il massimo anche senza speranze di vittoria.

I media di tutto il mondo si innamorarono della sua storia. Divenne più famoso dei vincitori.

La regola che cambiò tutto

Alla cerimonia di chiusura, il presidente del comitato organizzatore Frank King si rivolse agli atleti con parole che sarebbero rimaste nella storia: "Alcuni di voi hanno battuto record del mondo. Qualcuno ha addirittura volato come un'aquila".

Ottantamila persone iniziarono a gridare "Eddie! Eddie!" facendo il gesto delle ali con le braccia.

Ma non tutti erano entusiasti. Molti atleti e organizzatori pensavano che avesse ridicolizzato la competizione. Che le Olimpiadi non fossero il posto per dilettanti senza speranze.

Nel 1990, il Comitato Olimpico Internazionale introdusse nuove regole di qualificazione. Non bastava più essere il migliore del proprio Paese. Bisognava competere in eventi internazionali e rientrare nel 30% migliore, oppure tra i primi 50 concorrenti.

La chiamarono informalmente "Eddie the Eagle Rule". Una regola creata per evitare che altri seguissero il suo esempio.

Lui provò a qualificarsi per le Olimpiadi del 1992, 1994 e 1998. Non ci riuscì mai. La regola nata per fermarlo funzionò.

L'eredità di un ultimo

Il nome di quell'atleta che arrivò ultimo ma divenne leggendario è Eddie "The Eagle" Edwards. La sua storia fu raccontata in un film nel 2016, introducendo una nuova generazione al mito dell'aquila britannica.

Un uomo che dimostrò che a volte arrivare ultimi vale più di vincere l'oro. Che i sogni impossibili possono realizzarsi, anche se il risultato non è quello sperato. E che le Olimpiadi, prima di essere una competizione, sono una celebrazione dello spirito umano.

Un ultimo posto che cambiò per sempre le regole dei Giochi.


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Paolo

Segue qualsiasi sport con l’occhio di chi cerca sempre “la storia dietro il numero”. Tra record, imprese e aneddoti poco conosciuti, ama raccontare storie di sport e risolvere enigmi (la sua seconda passione).

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